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STORIE E RACCONTI EROTICI

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L’AMORE PERVERSO

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VIETATO AI MINORI DI 18 ANNI

 

L'amore perverso. Cap 01 Una signora per bene.

 

L’AMORE PERVERSO.

 

Note:

 

"Una signora per bene si distingue per la sua forza interiore, dignità e intelligenza. Il suo fascino si riconosce al primo sguardo, sa guardarti con una dolce determinazione, sa sorridere con l'intero volto quasi senza muoverlo e ti fa stare bene per il semplice fatto di esserti accanto."

Anonimo.

 

 

CAP. 1 UNA SIGNORA PER BENE

 

 

In una grande città del nord Italia, viveva una famiglia formata da solo donne, dalla nonna

Matilde, la figlia Daniela e dalla giovane nipote Sabrina e senza immaginarlo, prevederlo e se ne rendessero conto, stava per succedere qualcosa di molto sconvolgente e perverso nelle loro vite, che le avrebbe cambiate per sempre dando una nuova impronta alla loro vita.

Nonna Matilde, mamma di Daniela aveva 65 anni, era vedova da qualche anno, ma ancora una

donna attiva e piacente nell'aspetto nonostante un fisico formoso, segnato dall’età. Si dedicava insieme alla figlia, alla crescita e all'educazione della nipote Sabrina, ragazza bellissima, diciottenne da poco, molto somigliante alla madre, educata, diligente, volenterosa e secchiona nello studio che le dava molte soddisfazioni scolastiche e morali oltre che affetto e stima reciproca.

Daniela era una donna di 44 anni compiuti, molto bella e seducente, bionda, alta 1.70 cm circa, di presenza appariscente, a vederla non si poteva non rimanere abbagliati dal suo fascino e dalla sua avvenenza.

Era una donna colta e raffinata, molto sensuale, con un atteggiamento che a volte aveva anche

dell'arrogante e dell'altezzoso essendo una donna in carriera arrivata all'obbiettivo prefissatosi, divenendo direttrice di banca.

Il suo corpo era mantenuto seducente e giovanile oltre che dalla cosmesi e dal look sobrio, anche dalla dieta e dagli esercizi ginnici che praticava in palestra o in casa, che facevano di lei nonostante gli anni, una donna con un corpo, attraente, provocante, e molto desiderato.

Non era raro che sentisse su di sé sul lavoro e nel passeggiare per le vie della città o al bar quando prendeva il caffè, oltre agli sguardi libidinosi degli uomini e quelli invidiosi delle donne, dei commenti sottovoce erotici e secondo da chi anche sessualmente volgari nei suoi confronti. Ma non le dava peso.

Solo qualche piccola ruga sul viso lasciava trasparire la sua età che come ogni donna cercava di nascondere, ma nascondeva bene con il trucco.

Aveva dei bei lineamenti regolari e armoniosi, che evidenziava sapientemente con un maquillage leggero e sobrio.

I capelli biondi, lunghi e tinti come l'oro, cadevano sciolti sulle spalle facendo da cornice al viso, rendendolo attraente e cortese pur nella sua altezzosità, con i suoi occhi azzurri come il mare.

A volte nella sua funzione professionale li raccoglieva dietro la nuca e li fermava con un

mollettone di strass brillante e colorato, che oltre ad esporre il suo superbo collo agli sguardi, ne ostentava la sensualità e il profumo insieme al sorriso serio, molto professionale e all'impressione algida e altera che dava ai suoi impiegati. Ma era solo un'impressione, perché come poteva apparire tanto severa con loro, altrettanto si mostrava simpatica, sorridente e disponibile con la clientela.

Fasciata nei tailleur eleganti, dove la gonna spesso le copriva le ginocchia, sfoggiava il suo corpo adulto e seducente sotto il tessuto, con la consapevolezza di  piacere e farsi notare, curando molto i particolari dell'abbigliamento e gli accessori, come spille, braccialetti, collane e anelli.

Il suo corpo avvolto e stretto dagli indumenti, ostentava spesso una scollatura studiata e un seno prosperoso e attraente, come il sedere che auna gonna aderente sporgeva fuori rigonfio dal tessuto.

Il suo corpo affascinante, si slanciava su scarpe eleganti di tacco modesto, mostrando delle gambe lunghe e affusolate, quasi sempre con le cosce coperte dalla gonna fin sopra alle ginocchia.

Era una di quelle bellezze che l'età della maturazione non la sfioriva, ma accentua di più le sue particolarità e bellezze rendendola piacente

Daniela da giovane, da sua madre Matilde aveva ricevuto una educazione molto tradizionale. Dalle elementari al liceo classico aveva frequentato istituti di studi religiosi diretti da suore, mentre l’università l'aveva frequentata a Torino, laureandosi in economia e commercio con 110 e lode.

Dopo essersi laureata e diventata dottoressa in economia, aveva vinto un concorso da impiegata di banca, dove con il tempo per la sua bravura e capacità fece carriera, arrivando negli anni a formarsi e divenire direttrice di una filiale in un paesino limitrofo e poi nella grande città capoluogo dove vivevamo.

Nell'istituto bancario dove esercitava, aveva bruciato tutte le tappe professionali in pochi anni di carriera e solo ed esclusivamente per i suoi meriti, impiegata, cassiera, addetta al settore

finanziario, mutui, titoli, vice direttrice e finalmente direttrice, dirigente di primo livello. Era arrivata al top della sua professione e carriera con sacrifici ed era soddisfatta.

Per raggiungere quella posizione di prestigio e di potere, propria di chi occupa i gradini delle

funzioni direttive della professione bancaria, aveva dovuto fare ricorso ad una giusta dose di

determinazione, ma anche ad una preparazione inappuntabile che acquisì studiando e perseverando nel lavoro e le permise d'inserirsi rapidamente nell'ambiente finanziario.

Studi universitari commisurati alla necessità di raggiungere gli obiettivi che si era prefissa, da

quando ambiziosa sedeva sui banchi del liceo, e che provvide ad ampliare e perfezionare

facendo master in marketing finanziario, corsi di economia specifica, ed acquisendo una

eccellente conoscenza delle lingue straniere indispensabili per il ruolo che voleva occupare.

Era molto apprezzata dalla dirigenza e in filiale era molto rigorosa, con sé stessa e i suoi impiegati, facendo valere la sua autorità conquistata sul campo e non per raccomandazione o peggio allargando le gambe come molte sue colleghe avevano tentato di fare.

Ma come le era andata bene la carriera professionale, così era stata sfortunata nella vita sentimentale. Dopo essersi laureata si era sposata incinta con un ragazzo brillante, di cui si era infatuata, che non era e si dimostrò essere il principe azzurro che lei sognava.

Si chiamava Giorgio ed era titolare di una piccola impresa edile.

A vent'anni Daniela aveva vissuto la sua prima storia d'amore con lui.

Come tutti gli innamorati il giorno di San Valentino, si scambiarono l'anello di fidanzamento

giurandosi amore eterno, sognando e iniziando a costruire una vita in comune.

Lei, come capita a molte ragazze, cedette al suo desiderio sessuale e vittime entrambi della loro sprovvedutezza ed inesperienza sessuale ebbero una figlia che chiamarono Sabrina, una bellissima bambina.

Ma dopo pochi anni le cose tra di loro cambiarono e il loro matrimonio come molti, naufragò.

Giorgio l'accusava di trascurarlo, di dedicarsi troppo al lavoro, sacrificando lui e Sabrina per la

sua carriera professionale e dopo varie liti si erano lasciati, lui si era messo con un’altra, una sua collega ex compagna d'università, dove si ricostruì una vita sentimentale ed ebbe altri due figli con lei.

Lei, aiutata da sua madre Matilde continuò a vivere da sola con sua figlia, a crescerla come lei nei valori morali e religiosi.

Eppure Daniela quando si sposò era convinta che Giorgio sarebbe stato per sempre il grande amore della sua vita, ma così non fu.

A differenza di suo ex marito Giorgio, lei visse da separata per circa 15 anni, crescendo praticamente Sabrina solo con l'aiuto fondamentale di sua mamma, nonna Matilde.

Daniela aveva un rapporto speciale con la figlia, si volevano un bene dell'anima, frutto del fatto che si erano dati forza a vicenda durante gli anni della solitudine, ma Sabrina era molto più legata alla nonna, essendo stata lei il vero fulcro della sua crescita ed educazione, vera mamma adottiva mentre lei si dedicava alla carriera.

Certamente non era una situazione perfetta dal punto di vista famigliare. Lei negli ultimi anni iniziando a guadagnare discretamente ed essendo già benestante di famiglia, aveva acquistato un grande appartamento al centro della città, lo aveva ristrutturato e arredato con gusto quasi maniacale, da sembrare una casa hollywoodiana.

L'interno molto curato sembrava quasi un'esposizione tanto regnava la pulizia e l'ordine.

Non c’era mai una cosa fuori posto, tanto che Sabrina continuava a preferire di vivere con la nonna dove almeno a casa poteva fare quello che voleva, dividendosi nel vivere tra sua mamma e sua nonna, anche se quella di sua madre era sempre casa sua.

A Daniela non dispiaceva ogni tanto vivere qualche serata sola e aveva accettato la situazione che Sabrina vivesse con entrambi con favore.

Lei si trovò a 29 anni separata dal marito, con una figlia di tre da dover crescere e trovarsi a dover ricominciare una situazione e una vita nuova, diversa da quella che aveva sempre sognato. Fortunatamente aveva un buon lavoro che le consentiva di essere completamente indipendente da tutto e da tutti, anche dai genitori, anche perché visto il malo modo in cui si erano divisi lei e suo marito, non poteva e non voleva certo contare su il suo ex marito Giorgio per il suo futuro e quello di sua figlia.

Gli alimenti che gli passava per Sabrina erano una miseria, al punto che pochi anni dopo, su stimolo di sua madre Matilde, Daniela con orgoglio rinunciò ad averli. Non ne avevano bisogno per fare crescere Sabrina.

Sua madre che viveva sola essendo restata vedova, era benestante e aveva case di proprietà, oltre un'ottima pensione sua da impiegata comunale e del suo povero marito direttore delle ferrovie.

A 65 anni, era ancora una donna attiva e dinamica, che si curava nell’aspetto, aiutando Daniela nel crescere…sarebbe meglio dire …screscendole Sabrina.

Era religiosa e seria, ma come sua figlia Daniela le piaceva apparire, essere ammirata dagli uomini, anche se viveva nel ricordo del suo povero Eugenio.

I primi tempi appena separata, Daniela non aveva voglia di fare niente, né di uscire né di vedere gente, era in crisi e aveva bisogno di ritrovarsi in sé stessa e di riflettere e in quel periodo le fu di grande aiuto sua madre, che diede affetto anche a lei oltre a quel batuffolino di Sabrina, mentre per dimenticare il suo matrimonio sbagliato, Daniela si dedicava oltre alla famiglia completamente nel lavoro.

Ora erano passati molti anni, Sabrina era grande, era diventata una splendida diciottenne, ma sua madre come sua nonna la consideravano sempre una bambina che necessitava di guida e attenzioni.

Erano diventate una famiglia particolare, composta da tre donne di tre generazioni diverse.

La nonna, la mamma e la figlia.

Sabrina era cresciuta bene, era molto somigliante a sua mamma, alta quasi come lei, ma più magra, con i capelli biondi quasi come i suoi, lo stesso taglio e stile, al punto Daniela di schernirsi piacevolmente quando le dicevano che sembravano sorelle. Era molto orgogliosa di sua figlia.

Lei era una ragazzina attraentissima, ancora adolescente sotto certi aspetti, ma con i lineamenti del viso perfettamente eleganti, più belli di quelli di sua madre, occhi verdi e denti regolari e bianchissimi, che nelle ore notturne per perfezionare la crescita, collocava l'apparecchio correttivo ortodontico.

 

Una vita da donna adulta, di classe quella di Daniela, con una immagine curata e seducente da competere e far invidia a tante ragazzine giovani, in primis sua figlia Sabrina.

Dopo la separazione da suo marito Giorgio, aveva provato e avuto ancora qualche storia dimostratasi insincera e fasulla, era arrivata al punto da non credere più agli uomini e di preferire vivere da sola, con sua figlia ... senza sesso, in una sorta di astinenza e castità volontaria, soddisfacendosi sessualmente da sola, come probabilmente faceva sua figlia, praticando l'autoerotismo della masturbazione a quarant’anni.

Dopo Giorgio che aveva amato tantissimo, conobbe Marco, pochi mesi di frequentazione per scoprire una incompatibilità di carattere e di gusti. Poi Enrico, un suo collega meridionale, figlio unico di una famiglia facoltosa, ma scoprì che aveva il vizio del gioco e voleva a tutti i costi trascinare anche lei nelle sue debolezze, così finì tutto e subito. Non seppe più nulla di lui, perché si trasferì al sud.

Quando conobbe Rolando, commerciante, le sembrò la persona giusta e seria, ma scoprì presto che era terribilmente bugiardo, già sposato e con due figlie e le sue uniche mire erano quelle di avere agevolazioni bancarie e le sue grazie intime.

Oltre ad altri episodi particolari e sconfortanti legati al ricordo di uomini che l'avevano adulata e invitata a cena solo per portarla a letto, di quelli che l'avevano cercata per corteggiarla, per poi scoprire che erano seriamente impegnati con un'altra.

Tutti uomini a cui aveva concesso solo la sua confidenza e non il suo corpo, restando volutamente in astinenza sessuale, come una vergine votata alla castità carnale.

L'ultimo e unico uomo che l'aveva avuta carnalmente era stato il suo ex marito Giorgio.

Senza considerare le conoscenze delle storie d'amore delle sue amiche separate, a cui aveva

assistito in quegli anni, anche loro ingannate, tradite, maltrattate dai loro compagni ed erano poche in verità, quelle che erano riuscite a rifarsi una vita nuova. Qualcuna c'era riuscita sottomettendosi al nuovo “Lui” per amore dei figli ed economici.

Le aveva viste, all'inizio erano nuove fidanzate felici e rispettate, per poi tornare in pochi anni a diventare di nuovo mogli o compagne infelici a lavare mutandine ai loro partner.

“Meglio sola!” Si ripeteva: “Non mi manca niente! … Sono una donna di successo e non mi innamorerò più di nessuno. Voglio essere e restare libera! Decidere del mio tempo come dico io, dedicarlo solo a me stessa e a mia figlia. Non rinuncerei mai più alla mia libertà e indipendenza per un uomo, non la cambierei con niente!” Si ripeteva. “Sono benestante, guadagno bene, ho una posizione professionale rispettosa e invidiata e non mi manca nulla e non mi serve nessuno nemmeno sessualmente, mi soddisfo da sola. Gli uomini sono tutti ingannatori e ipocriti, li disprezzo e non mi fido più di loro. Sono tutti bugiardi che pensano solo a toglierti le mutandine e basta!” Pensava, quasi a giustificarsi per la scelta del suo modo di vivere imperfetto, da single.

Era una stranezza, una contraddizione che una donna bella come lei, affascinante e desiderata, non potesse essere di nessuno, era come una pietra preziosa luccicante e bellissima esposta sotto vetro, tutti potevano ammirarla, desiderarla, sognarla per sé stessi, ma nessuno poteva averla.

Uomini e donne comprese.

“Meglio il lavoro, il successo e il potere, dedicarmi esclusivamente a me stessa, alla casa e a mia figlia che a un uomo che non amo e non si ama. E quello non sarà certo il mio avvenire!” Considerava.

Il suo per quanto prestigioso era un lavoro duro, competitivo, che non ammetteva distrazioni di sorta. C'era sempre qualcuna o qualcuno pronto ad occupare la sua poltrona e da quei colleghi contendenti si doveva difendere ogni giorno. Ed essendo femmina doveva sostenere più stress rispetto agli uomini che gli giravano intorno se voleva mantenere il successo che aveva raggiunto. Anche se il suo modo d'essere e di pensare la mostravano insensibile verso i collaboratori.

C'è chi affermava malignamente che aveva fatto carriera ma era una donna sola e infelice:” Una figa fredda…” Mormoravano quando lei non ascoltava.

Ma non era così, come tutte le donne spesso era in contraddizione con il suo io, con sé stessa e,

come a tutte le donne, anche in lei, dentro in un angolo del suo cuore come nelle fiabe, non

smetteva di sperare di essere in attesa dell'uomo dei suoi sogni, anche se si diceva che non

esisteva e non sarebbe mai arrivato.

Daniela aveva riversato le sue attenzioni e gli interessi verso altre cose più serie e utili a suo vedere, il cinema, il teatro, lo sport, oltre che la parrucchiera e il maquillage per essere sempre attraente e all'altezza del suo ruolo di donna in carriera.

Spendeva molto per il vestire, abbigliamento e capi di marca, griffati, ma tutti di una certa sobrietà.

Anche gli indumenti intimi erano ricercati, prediligeva lingerie firmata, sempre sobria e rigorosa, di pizzo o di tulle, confortevole e comoda piuttosto che ridotta e sexy.

Preferiva l'intimo di pizzo di Givenchy, Dolce e Gabbana, Kiki de Montparnasse e tanti altri solo per citarne alcuni, con disegni creativi, definiti, elaborati e a rilievo, con un

alto potere seduttivo, decorati e traforati che lasciavano trapelare la sua pelle pallida sotto di essi

Niente perizoma o reggiseni a balconcino, ma culotte e slip classici trasparenti da signora e a volte body ricamati. Reggiseno con coppe a triangolo, che ricopriva quasi tutte le sue splendide mammelle, rivelando e lasciando intravvedere insieme al capezzolo, la cute candida sottostante.

Non le importava se con le sue convinzioni nessuno potesse vedere la sua lingerie sotto gli abiti, ma solo il pensiero di indossarla e di pensare che qualcuno potesse fantasticarlo... l'appagava e soddisfaceva.

Quell'intimo così ricercato era la sua seconda pelle.

L'indossava sul lavoro con abbigliamento classico, sia che fosse con tailleur blu e camicetta bianca con volant o con pantaloni eleganti con le pence, oppure vestita casual con pantaloni o gonna e maglietta; lo stesso anche nel tempo libero, le poche volte che in vacanza con Sabrina indossava jeans e maglietta.

Il suo livello di carriera la costrinse, per mantenere il corretto aplomb ad essere oltre che brava e preparata, anche seducente, cosa che le riuscì molto bene con quel suo corpo sinuoso e quel sorriso accattivante nell'attirare, rapportarsi e mantenere i clienti, affascinando per la sua eleganza e classe i signori e le signore della città, commerciati, professionisti e piccoli artigiani.

Daniela era una donna pratica e pragmatica. Capì presto che non si può avere tutto nella vita, ma bisogna fare delle scelte, come gli diceva sempre suo padre e lei aveva scelto la carriera, alla famiglia. Si era comunque realizzata, aveva una casa splendida da far invidia a una star del cinema, una figlia ben educata e studiosa, ma soprattutto oltre che essere una ragazza bellissima, era rispettosa, di sani principi morali che lei e sua madre le avevano inculcato.

E Dulcis in fundus, la sua carriera di successo, era arrivata ad essere una delle più giovani

direttrice di banca di filiale.

Parlando del suo lavoro, le risposte e i consigli importanti che suggeriva alle donne che volevano intraprendere una carriera di successo e contemporaneamente essere buone madri e mogli, erano semplici. Spiegava loro, con un pizzico di arroganza e altezzosità come se fosse un insegnante che impartiva una lezione alle alunne: “Dovete imparare a dire di no quando è necessario! Non sempre si può piacere a tutti, quindi meglio dispiacere ed essere se stesse che compiacere e accondiscendere ed essere oppresse e derise.

Per riuscire nel lavoro, non possiamo fare tutto da sole! Dobbiamo avere un team al nostro fianco che ci sia di supporto, ma bisogna essere una guida per loro, ci devono seguire e rispettare e oserei dire anche se la parola non mi piace ... ubbidire!

Se si vuole che la squadra sia vincente, ci devono essere persone al nostro fianco che capiscono con un’occhiata quello che noi vogliamo trasmettere a loro e, che lo facciano senza esitazioni.”

Esprimeva un concetto senza saperlo che presto si sarebbe adattato a lei, non nel settore

professionale, ma in quello sessuale. Quelle parole, come compiacere, accondiscendere e ubbidire presto le avrebbe provate su sé stessa, sulla sua pelle e la sua mente. Erano profetiche.

Sempre nelle sue dissertazioni informatrici annunciava adulandosi: “Noi donne possiamo fare molto! Io ne sono un esempio e anche voi se seguite i miei suggerimenti lo potreste essere un giorno.”

Le piaceva lodarsi, faceva parte del suo vezzo femminile, come essere ammirata o meglio invidiata anche dalle donne e non perdeva occasione per spiegare come lei era arrivata a quel ruolo: “Io dopo gli studi... farei meglio a dire la separazione da mio marito, con una figlia piccola, mi sono come si suol dire, tirata su le maniche e ho iniziato a lavorare studiando su quello che conoscevo meglio. L'economia!

Avevo e ho fiducia e sicurezza in me stessa e nelle mie qualità e capacità. Per avanzare nel settore bancario che avevo scelto, ho messo in campo tutta la mia abilità intellettiva e professionale e oltre che formarmi, mi sono costruita una esperienza!”

Chi l’ascoltava, soprattutto giovani impiegate e signore della borghesia cittadina, non poteva fare a meno di ammirarla e ripeto di invidiarla.

“Mi sono creata e definito una mia dimensione professionale e sociale con l'impegno e l'interesse sul lavoro, che mi fa apparire ...oltre che essere. Naturalmente!” Aggiungendo sorridente: ” Anche attraente! ...Sia nel campo professionale... che ...” E sorrise ancora con civetteria:” … in quello esteriore, nell'aspetto estetico e nel look.”

 

Daniela era una bella donna invidiata e ammirata oltre che capace e lo sapeva.

Lei a soli 44 anni era arrivata dove le altre ci arrivano a 50 anni e oltre.

A vederla discorrere, dava l'impressione di una donna sierosa e impegnata, sempre fasciata in quei tailleur colorati che la rendevano seducente, elegante e altezzosa.

Ma anche lei, come tutte le donne, aveva il suo punto debole, il suo tallone d'Achille, dove presto sarebbe stata colpita fino a capitolare.

Viveva di semplici regole, a volte severe con sé stessa e non facile d'accettare.

Le colleghe invidiose e anche qualche impiegato malizioso, la definivano “figa fredda”, per quel suo vivere da single, senza uomini e dedita all'onanismo.

Si l’onanismo, quella pratica masturbatoria sessuale a cui si era votata dopo le varie delusioni maschili e per dedicarsi completamente alla carriera, così era diventata esperta oltre che di economia e finanza bancaria, anche di masturbazione femminile, di autoerotismo.

Era diventata esperta a manipolare i suoi genitali esterni e interni, darsi autocompiacimento con le sue dita e darsi piacere da sola, chiusa in camera da letto sotto le lenzuola, mentre sua figlia Sabrina nella cameretta a fianco dormiva ...oppure a sua insaputa da giovinetta diciottenne faceva lo stesso anche lei.

Conosceva ogni rilievo, prominenza e avvallamento, ogni plica, piega e increspatura del suo sesso, della sua lunga fessura sotto la peluria bruna richiusasi nel tempo e ritornata stretta per mancanza di penetrazione e funzionalità. Introduceva soltanto il dito medio all’interno in vagina, ridiventando nuovamente serrata dal non utilizzarla, acquistando dopo la lunga astinenza e castità quasi decennale un ristringimento e riduzione anatomica e una nuova verginità psicologica.

Nelle sue serali masturbazioni esterne aveva avvertito la conformazione, le sporgenze e le depressioni sotto la pressione del dito medio, l’indice o l’anulare, utilizzandoli alternandoli o tutti insieme, accarezzandosela migliaia e migliaia di volte in quindici anni.

Conosceva la forma, il rilievo e la consistenza del suo clitoride, delle grandi e piccole labbra sotto i peli soffici e bruni ben curati. Sapeva dove toccare e accarezzare per darsi piacere da sola, qual era il punto più sensibile della sua vulva, quello da accarezzare a lungo perché le dava godimento o quello da farlo brevemente perché la faceva venire subito. Conosceva la giusta pressione delle falangi e lo sfregamento dolce dei suoi polpastrelli su di essa.

Fremeva mentalmente, per la medesima ragione per cui si masturbava e fremeva sessualmente.

Trovava piacere a perdersi con il pensiero e l'immaginazione nei loghi mentali del cervello e nelle sue zone erotiche, come si perdeva con le dita fuori e dentro la vulva, provando un piacere profondo, fisico e cerebrale, sensibile e complicato, ma anche sottile, delicato e irrinunciabile, che solo una donna può dare a sé stessa.

Lei! Una bella signora matura, borghese, desiderata, rispettata, sognata… preferiva eseguire la pratica biblica dell’onanismo piuttosto che trovarsi un compagno che non amava a cui concedersi.

 

Ma tutta questa sua vita, che si era costruita, a cui era arrivata con sacrificio e dedizione, stava per essere travolta, da qualcosa più grande di lei, che non avrebbe saputo fermare.

“L'amore.” Un amore che presto sarebbe diventato perverso.

 

 

 

 

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